venerdì 31 maggio 2013

Ventisette



Deviare dalla strada asfaltata e imboccare l'ennesima strada polverosa, proseguire per 14km, girare a sinistra per 11km, a destra per 4km, ancora a destra per una stradina quasi invisibile per gli ultimi eterni 3km di strada sterrata e in condizioni da pazzi da percorrere con qualcosa che non abbia ruote motrici. Ad accoglierci, al momento dell'arrivo, solo donne: una giovane madre con le tre figliole di 10, 6 e 3 anni. Come camera abbiamo un tetto in lamiera sospetto e pareti fatte solo di rete antizanzare, dormiamo di fianco al recinto delle capre, incessanti nel loro disturbo del cicaleggio stellare con scampanellio e grattamento di corna e l'odore delle loro palline di merda che fuoriescono tamburellando sulle lamiere delle loro recinzioni e quando mi prende la brillante idea di illuminarle con la torcia, il loro sguardo notturno rivolto verso di noi che riflette la luce diventa macabro, le corna ritorte, il pizzetto e capisco il perchè vengano utilizzate per rappresentare il diavolo maligno.
Siamo fuori dal mondo, nessuno sa dove siamo, i collegamenti non esistono, le capre ci fissano, gli abitanti della casa hanno un che di inquietante, mi chiedo e mi rispondo con paurose fantasie sul perchè non abbia trovato alcun feedback circa questa farm. Le fantasie viaggiano verso scenari cupi, ad appesantirle ci sarà l'ululato dei dingo non molto lontani. Un'altra alba da attendere con impazienza e un giorno che non sappiamo cosa ci riserverà.

giovedì 30 maggio 2013

intermezzo balinese - conclusione





Ci sono questi ricordi di un mondo atrofizzato da paure eccessive, ci sono vie di mezzo per il paradiso, come Amed, da cui salpa la barca che in un paradiso ti ci porta. Non è il paradiso propriamente detto, non è che la barca affonda e muori e ti ritrovi in paradiso anche se il viaggio sotto il diluvio è angosciante, ma è il luogo reale che più vi si avvicina, è l'esclamazione che ti scappa quando arrivi a Gili Meno, una delle tre isole Gili.
Come siano le altre due non ho voluto saperlo, mi bastava quello che ho visto e il tempo a disposizione era colpevolmente poco. La più grande delle isole, altrimenti nota come l'Ibiza dell'Indonesia, mi attirava poco appunto per questa sua caratteristica troppo festaiola, ragazzi attirati da feste lunghe intere nottate e funghetti allucinogeni, non è una cosa che fa (più) per me.
Quello che puoi fare in questo paradiso è poco se non fai snorkeling, se lo fai hai tutto. L'isola ha una sola strada che ne percorre il perimetro e si gira a piedi in un paio d'ore. Unica alternativa dell'andare a piedi è farsi trasportare da piccoli calessi trainati da piccoli cavalli, utilizzati, oltre che per il sollazzo dei pigri turisti, soprattutto per distribuire tra i vari alberghi, bungalow, resort, ristoranti e abitazioni le scorte di cibo e acqua potabile altrimenti carenti sull'isola. 
Il fondale marino ha dell'incredibile, i pesci che si possono vedere sono così numerosi, variopinti, strani e splendidi che non si ha il tempo stupirsi. Con un po' di fortuna, neanche tanta, si possono incontrare enormi tartarughe marine che volano placide tra i coralli o nel blu dell'oceano più profondo. Per vederle con certezza basta prenotare un giro in barca. Noi siamo stati fortunati e abbiamo nuotato con una tartaruga spintasi vicino alla riva, ma la fortuna l'abbiamo avuta di pomeriggio dopo che la mattina già avevamo preso parte al tour dove di tartarughe se ne sono viste cinque o sei, oltre a alberi di natale marini e giardini di coralli e ancora pesci e ancora tanta vita irrealmente balinese sopra e sotto il livello del mare.
Poi la settimana di sollazzo è finita, abbiamo lasciato quella vita irreale quanto economica e siamo tornati a Perth dove ci aspettava un van scalpitante








domenica 26 maggio 2013

Intermezzo balinese- continua ancora





Quando guardo i figli dei locali di quelle madri e padri piccoli di statura (bloccati forse da tutti i pesi che sin da piccoli trasportano sulle proprie teste) quando vedo questi ragazzini, sotto i dieci anni, sfrecciare senza casco in due su scooter più grandi di loro, ripenso a tutte le battaglie per avere il mio primo motorino – un Ciao dei primi anni '70 – appartenuto a mio zio, che faceva i 30 all'ora e che con il serbatoio quasi scarico e in discesa sfiorava i 40.
Avevo sedici anni.
Quando guardo i figli dei locali, bambini tra i cinque e i dieci anni sguazzare in acqua come pesci, correre scalzi su pezzi di corallo a riva e su un giardino di coralli in acqua, così indifferenti al dolore che provo io ad ogni passo, e anche vederli surfare su onde in miniatura come fossero già adulti, quando li guardo ripenso ai villaggi turistici, i giochi organizzati, io che a quella loro stessa età ero considerato indifeso e stavo con gli altri bimbi indifesi tra sedie a sdraio e ombrelloni, tra mamme grasse intente a scostarsi la pelle per spelucchiarsi - munite di pinzette - i peli che fuoriuscivano dalla parte di costume che copriva la zona da cui noi giovani indifesi eravamo stati espulsi. E ora mi chiedo da quello spettacolo osceno chi ci difendeva? Vivevamo così ovattati che ogni giorno l'altoparlante urlava il nome del piccolo fabio o del piccolo marco che si era perso e la mamma lo attendeva (ancora con le pinzette in mano) disperata alla reception, possibilmente prima che iniziasse il gioco aperitivo.


Intermezzo balinese – continua



Quando a svegliarti è il gallo gli orari si sballano, le sveglie non contano più. La vita dei villaggi come Amed inizia presto all'alba quando i pescatori si spingono a largo alla ricerca di macrel da cuocere sul fuoco, i pomeriggi scorrono lenti. A casa del nostro amico nove dei non so quanti nipoti hanno costruito delle trottole incassando la punta di una penna in due monete bucate e ne fanno una anche per noi e il regalo ha un valore immenso e, nonostante l'incomunicabilità linguistica, ci sfidiamo a chi riesce a farla stare in piedi, ruotando, più a lungo possibile.
Vedere nove bambini balinesi radunati intorno ad una ciotola in una casa diroccata ma dignitosa in mezzo ad una foresta rigogliosamente verde non è certo l'immagine che appare digitando Bali su google, ma è una delle più autentiche che ho incontrato. O anche la donna sul ciglio della strada incassata  tra assi di legno che arde noci di cocco da cui ne ha estratto il contenuto per fare una salsa verde da spalmare sugli spiedini di porco cotti alla brace di cocco o quelli di qualche parte interna di vacca (questi non cotti), che sono una roba sublime.
Chissà cosa pensavo quando ho preso il volo per rilassarmi una settimana a Bali, uno dei luoghi dell'immaginario popolare per eccellenza; il relax estremo, cocktail in spiaggia, massaggi profumati, credo esista davvero ma è un'altra Bali, quella dei resort. Quel luogo comune non fa al caso nostro, credo che la noia mi avrebbe assalito dopo mezza giornata e non avrei trovato valide alternative allo sbronzarmi 24/7. Qui invece mi faccio di succhi di frutta tropicali, qualcuno in un locale vicino suona la chitarra e la musica si fonde col grugnito del maiale dell'abitazione di fianco e il porco sembra tenere il ritmo. Mi sto abituando alle cacate che i gechi mi rilasciano sulla camicia come bombe e che rimbalzano via.

Intermezzo balinese (ricordo di una settimana di vacanza prima di partire con il van, con la scusa di rinnovare il medicare)



La pioggia del pomeriggio del secondo giorno a Bali – che poi Bali è il nome della regione, dell'isola e dove siamo è Amed, città sul mare a nord dell'isola – la pioggia ci rinchiude nella nostra camera con bagno in stile giapponese e veranda con vista mare, ma la sedia dove siedo non guarda avanti verso il mare, ma a destra verso la miseria dell'esistenza di chi qui c'è nato. Anche loro sono in veranda, se così si può chiamare. Sono sotto una tettoia di una casa senza pareti tra macerie, galline e vecchie barche in legno ormai in disuso.
Siamo tutti bloccati dalla pioggia torrenziale del clima tropicale, il battito della pioggia sulle tegole è carico di intensità e ad interromperlo c'è quello strano gracidare che qua ho scoperto essere il verso dei gechi. Siamo nelle nostre verande, il muro che divide le abitazioni arriva al ginocchio e così i nostri sguardi si incrociano e non so cosa pensi quella donna magra a torso nudo con il seno così smunto e cadente che sembra solo un'altra delle costole che le si contano subito sotto. Non so quali siano i loro pensieri, come vedano questi sbiaditi turisti eccezionalmente alti con scarpe per diverse situazioni, occhiali per correggere il calo della vista dato da troppe ore in luoghi chiusi davanti a libri o computer. Nei miei pensieri c'è un misto di emozioni, c'è del disagio e senso di colpa per le opposte condizioni, c'è ammirazione per come nella pochezza del loro avere, abbiano tutto e nel tutto c'è la spiritualità che va oltre i piccoli cestini di legno intrecciati con offerte votive posti all'ingresso di case e negozi.

Ignoro cosa pensino ma sono affascinati dallo straniero e non c'è solo la visione dell'uomo bianco come bancomat ambulante, ma ci sono grandi sorrisi e chi conosce qualcosa d'inglese ti chiede nome e provenienza e ti dice come si chiama e fa un altro sorriso e via, e al secondo giorno già ti sei ambientato e sai capire cosa c'è nel loro interesse.
Il primo giorno l'impatto è stato decisamente più traumatico. Dall'Australia a Denpasar e su con la macchina sino a Ubud alla foresta delle scimmie e ancora più su sino ad Amed, passando nelle strade dissestate e attraversando scene di vita quotidiana che non pensavi possibili, e smog e cani randagi e terrazze di riso e uomini nudi a lavarsi in acque stagnanti ai margini delle strade e degrado che quanto visto in Albania è niente e traffico che a confronto a Napoli si gira bene e templi e clacson e motorini e scooter da tutte le parti e colmi di cose e persone all'inverosimile e galline e mucche e maiali e il catarro delle donne e il catarro dei bambini e verde tutt'intorno. E il primo giorno davanti a questo e a molto altro che a parole non si spiega, la testa fa male perchè il cervello non regge e non sta al passo e non spiega tutte queste immagini forti e crude che gli occhi affamati gli sottopongono.
E le case sono difficili da vedere, sono dietro i negozietti o sono tra la vegetazione. E queste case sono qualcosa che va visto e la fortuna di conoscere il marito balinese di una ragazza australiana ci porta a scoprire la vera vita, il saper vivere di niente senza sentire la mancanza di niente. E accettare il caffè nonostante si cerchi di evitare acqua e ghiaccio è gesto di cortesia e è anche inevitabile e anche scoprirne la bontà e scoprire che bollita (l'acqua) non porta diarrea. Così come il dolce di riso nero incartato nelle foglie di pannocchia risulta speciale nella sua povertà. Poi ci sono i succhi di frutta che aprono le porte della percezione al vero gusto di papaia, avocado, cocco.

venerdì 24 maggio 2013

Ventisei



Katherine, sarà per il nome, sarà perchè è al crocevia di tre strade, me l'immaginavo come un donnone che ci aspettava a braccia aperte per stringerci, confortarci e darci un caloroso benvenuto nel N.T. Al nostro arrivo le braccia sono rimaste aperte ma rigide, nessun abbraccio, così abbiamo cercato sollievo, sulle orme di Ulisse, in Coco, un personaggio di quelli che conoscono tutto e che sanno molto più di quanto non diano a vedere, uno che rimane nella memoria. Grande aiuto non ha potuto darcene ma ha fatto il possibile, spiegandoci l'ubicazione delle farm e il campeggio più economico nonostante questo andasse contro i propri interessi.
Per la prima volta vediamo un farm attiva: si trattava di cocomeri, di una distesa di verde acceso che a spaccarla era di rosso succoso. E una carovana di giovani al seguito del trattore a raccogliere quelli maturi. Com'era prevedibile i raccoglitori, gli impacchettatori, i mulettatori erano già abbastanza e non serviva altra manodopera.
Scoraggiati di nuovo ci siamo accampati al campeggio economico che sorge intorno al laghetto dove vive tale coccodrillo conosciuto come Elvis. Ancora più scoraggiati dal campeggio zeppo di italiani con cui proprio non riusciamo a legare e con cui il momento di massimo avvicinamento è quando ci chiedono due cartine per sigarette doppie, ci rifugiamo nel woofing o volontariato.
Tra le farm della zona scegliamo quella che sembra la più eclettica e spartana, ma l'impatto sarà tanto forte quanto il primo giorno di Bali. 

Venticinque



Come ci si libera dalla droga prima di un posto di blocco, come fossimo tossici o spacciatori, così, tra la sera prima e la mattina della partenza, ci siamo liberati di frutta e verdura in previsione dei controlli tra Western Australia e Northern Territory.
Un cespo d'insalata - che altrimenti sarebbe durato una settimana – salato, oliato e mangiato per cena; mezzo limone spremuto nella bottiglia in cui avevo sciolto il tè; gli altri limoni presi in una farm a cui non interessava raccoglierli regalati a mio fratello francese, i cocchi raccolti in un'altra farm aperti, bevuti, mangiati e lavorato il legno, sempre con i francesi vicini di tenda.
“Puliti” ci siamo preparati a partire verso l'altro stato, abbiamo salutato quelli presenti in quel momento con cui stava nascendo un'amicizia, specialmente Diego con cui abbiamo condiviso grandi chiacchierate di esperienze diverse ma con molti punti in comune. Anche lui è arrivato a Kununurra da Perth, ma lui – dopo la rottura dell'auto e aver salutato il compagno di viaggio – i 5000 e passa chilometri se li è fatti in autostop, aspettando ore sotto il sole e dormendo in luoghi improbabili e sperduti, da solo nella sua tendina, provando paura e dubbi sull'esperienza reali e autentici. Poi le farm se l'è fatte e ormai la schiena è abituata a stare piegata e a Kununurra lui ci resterà ben oltre i tre mesi necessari al rinnovo.
Mentre cresceva l'ansia all'avvicinarsi del confine, quell'ansia che ti prende quando ti ferma la polizia e sei regola, che non è vera ansia, non è forte, ma è la sensazione di avere qualcosa fuori posto, La patente ce l'ho con me? La revisione quando scadeva? Quella cipolla che non abbiamo consumato costituirà un problema? L'aglio sarà tollerato o ci rimarrà sullo stomaco? Mentre cresceva l'ansia abbiamo scorto il cartello del confine e ad attenderci c'era solo il cartello, appunto, che segna il passaggio tra stati.
Al primo distributore che troviamo, a sorprenderci non è tanto il prezzo della benzina che tocca il record finora incontrato, quanto il fatto che per noi sono le 2.00pm e per loro sono già le 3.30pm. Il gap di un'ora e mezzo ci porterà a guidare fino a orari notturni impensabili qualche centinaio di chilometri fa.

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IL SALTO DEL KOALA by FABIO MUZZI is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.