giovedì 4 aprile 2013

Intanto




Intanto lei. Lei intanto spazzava e lavava e strofinava e grattava lo sporco dalle case e lucidava e spolverava e rifiniva per donare lucidità e brillantezza ai tuguri che, più o meno, erano stati trascurati dalla trascuratezza dei padroni di quelle case che erano l'altra faccia della medaglia dell'aspetto curato di quelle persone, come del resto accadeva anche a lei, lei che tirava a lucido che riportava ordine negli oggetti, lei aveva realizzato che gli oggetti hanno un valore relativo, che gli oggetti vogliono possederti e incollarti ai luoghi, che ti incatenano. Era logico che tutto andasse al contrario in un paese dove tutto era il contrario rispetto a ciò che aveva lasciato. Lei, Cinderella, il suo aiutante magico l'aveva incontrato molto prima di iniziare a logorarsi i polpastrelli con le spugne abrasive che tirano via incrostazioni di sporco e pelle delle mani. Lui era comparso in un giorno di sconforto, di quelli che prendono a tutti, ma quando è una donna ad averli sembra che tutto il mondo si incupisca, che le nuvole si facciano scure pronte a esplodere acqua come i suoi occhi gonfi. Lei era su una panchina incurvata su un libro che raccontava storie violente in inglese, ma, per come lo vedeva lei in quel momento, poteva essere arabo, cirillico o mandarino: comunque non avrebbe capito il senso ed era questo che in quel momento la scoraggiava. Non si trattava di saper leggere una lingua straniera per sfizio, ma di comprenderla e assimilarla per necessità e l'urgenza, anziché spingerla la bloccava; ogni verbo irregolare, plurale strano o parola che non compariva nel suo dizionario tascabile, che per un errore di stampa o un scherzo del rilegatore aveva le lettere messe in ordine sparso, ogni ostacolo la riportava al pensiero originale: al pensiero che non ce l'avrebbe mai fatta. E fu in mezzo a questa coltre di pensieri scuri che si materializzò di fianco a lei una presenza. Non si sa bene se lui l'avesse vista da lontano e, particolarmente sensibile come era, fosse stato travolto dal suo sconforto, o se semplicemente fosse apparso d'improvviso seduto su quella panchina, così come appaiono le presenze magiche. E una volta apparso, non fece niente di straordinario, o meglio fece una cosa talmente normale, ma allo stesso tempo talmente rara questi tempi, da risultare straordinaria: parlò con la ragazza. Lui le chiese cos'era che non andava, lei gli rispose che non riusciva ad inserirsi in questa realtà sottosopra, in questa lingua che qualcuno definiva semplice, il fatto eccezionale fu che tutto questo lo disse in inglese e lui rimase stupito dalla contraddizione che rimarcò e le disse anche che poteva stare tranquilla che un lavoro l'avrebbe trovato grazie anche a quel suo sorriso che spuntava anche in mezzo alle malinconie. Poi le raccontò la sua storia, le sue origini, il misto di razze che si era fuso prima di portare al suo parto, origini aborigene ma anche orientali e africane e qualcos'altro, anche lui era senza lavoro, ma la sua carica di energia vitale lo faceva risultare una di quelle persone che riescono a cavarsela comunque. Poi lui fece una cosa ancora più semplice che parlarle e ancora più rara da vedere: l'abbracciò. E l'abbraccio fu uno di quelli caldi di quelli che ti stringono a sé che ti strizzano e ti sgonfiano delle tue cariche negative e poi ti rigonfiano soffiandoti dentro la loro energia, persone che sembra abbiano un cuore più sviluppato, più grande e più pompante, che funzioni proprio come una pompa ma non si limiti agli organi interni, che per la sua capienza, quando soffia, riesca anche a ossigenare chi lo circonda. Poi come arrivò, sparì lasciandole un sorriso che rischiarì il cielo. Ma non sparì per sempre. Lo vide molte volte ancora e furono sorrisi sempre più sereni, di lei e per lei che aveva trovato lavoro, per lui e di lui che aveva trovato un lavoro eccellente nelle miniere. Fino all'ultima volta, per il momento, in cui lui le chiese di accompagnarlo all'aeroporto in piena notte per andare nelle miniere perchè aveva perso il portafoglio – gli aiutanti magici risultano spesso sbadati e distratti – e non aveva soldi per il taxi (l'aereo era pagato dalla compagnia), lei acconsentì senza batter ciglio, quando ci si donano gesti affettuosi a vicenda poi tutto viene naturale. (Tutto vi sarà chiesto, tutto vi sarà dato).
Nel mezzo dei due incontri lei trovò il lavoro, che non era il lavoro dei sogni, nessuno sogna di pulire da grande, ma era pur sempre un lavoro. E nel lavoro diede tutto, diede i polpastrelli e la schiena e la pazienza e fu fortunata ad incontrare due altre cinderelle con cui scambiare qualcosa di più di una spugna o uno spruzzino. E mentre correva da una casa all'altra con il van aziendale i suoi pensieri correvano verso le prossime mete, i luoghi da visitare una volta lasciato il lavoro, un van tutto suo con cui arrivare alla punta nord dell'australia e fare il bagno con squali balena e tartarughe, o si perdevano nelle lotte umanitarie che avrebbe voluto fare, era decisa ad affrontare la corea del nord per mettere in salvo quella del sud, patria natale dei suoi nuovi amici, voleva salvare i conigli dalle trappole dell'uomo australico. Quella dei conigli era una battaglia persa, una battaglia che prima di lei persero gli australiani, poi persero i conigli, poi tornarono i conigli e ora gli australiani non volevano più perdere. I conigli li aveva visti per primo Cinderello, li aveva visti più volte, sempre di sera sempre da solo al ritorno dal suo lavoro, gli facevano compagnia sulla strada che percorreva a piedi stravolto, lo precedevano scappando qualche metro quando si avvicinava, aspettandolo ancora qualche metro più in là e scappando un altro po'. Lui le raccontava questi strani incontri e lei lo stava a sentire senza il minimo scetticismo. Poi un giorno le raccontò che di coniglio ne era rimasto solo uno, che l'altro, quello che non c'era più era stato asfaltato da una macchina e poi altre ancora e l'aveva riconosciuto solo dalle orecchie che spuntavano dall'asfalto dove ora rimaneva solo una pelliccia sporca di pneumatici. E il cuore di lei si strinse per il coniglio rimasto vedovo e le chiese di portarla dove per la prima volta li aveva visti, che poi era nel parco dove aveva incontrato il suo aiutante magico per la prima volta. E lì basto sedersi e aspettare e la testa del coniglio rimasto fece capolino e uscì, ma non era solo, dopo di lui, in fila quattro cuccioli uscirono dalla tana e tutto sembrò farsi più sereno, il ciclo della vita, morte e rinascita, un ciclo continuo. Dopo di lei, purtroppo, troppe persone videro i conigli e tra quelli c'era qualcuno che doveva ricordare la grande invasione in tempi non troppo lontani. E nonostante il periodo fosse quello pasquale, il sindaco non si fece problemi a diffondere l'avviso che avrebbe cosparso il parco di veleno. Il cuore di lei si strinse nuovamente, avrebbe voluto mangiare il veleno per salvare gli animali, avrebbe voluto mettere in fuga i conigli ma sentiva imbattibile la burocrazia, un marchingegno infernale senza alcuna pietà. Come aveva imparato pulendo che dietro il pulito c'era lo sporco, così capì che dietro la bellezza della natura imperversano azioni oscene. Poi c'erano gli aborigeni quelli veri, quelli autentici, quelli che erano ingabbiati in mondo alcolico degenerativo, quelli che più di tutto avrebbe voluto salvare, ma ancora doveva decidere come. Poi venne il tempo di partire e fu così che lasciò il lavoro con un sorriso di circostanza verso il capo unto e un good luck sincero e la schiena le si raddrizzò e le abrasioni svanirono e il futuro incerto splendeva della luce dell'avventura e della scoperta. In più rispetto a prima, a prima dell'incontro magico, ora parlava una nuova lingua.


martedì 26 marzo 2013

Favole



Lavorare logora, ma è per logorarci che viviamo, in un modo o nell'altro. Logora lo spirito e/o il corpo. Quasi sempre entrambi. Quando il lavoro è solitario e prettamente fisico anche lo spirito può logorarsi nel senso di lasciarsi andare. Quando chi si logora fisicamente riesce a non concentrarsi esclusivamente sulle azioni da compiere , i suoi gesti risulteranno variabili, scostanti e imprevedibili, così come i suoi pensieri. Lasciarsi andare significa tendere a qualche forma di pazzia, ma anche lasciarsi andare ad azioni che rispecchiano la natura dei pensieri. Imprevedibili. Significa immaginare situazioni, partire da momenti di vita per creare storie, storie che salvano dalla routine, storie che che circumnavigano la pazzia o forse ci entrano dentro dritte e la tagliano in due, storie stupide. Come la storia di Cinerentolo e Cinerentola che erano scappati all'estero per scoprire se un altro mondo esisteva veramente. E all'estero tutti erano anglofoni e li chiamavano Cinderello e Cinderella, ma poco cambia. Cinerentolo e Cinerentola erano scappati da un mondo sporco per ritrovarsi in uno molto più pulito (in apparenza soprattutto, ma a volte anche in sostanza) che per essere così pulito si avvaleva delle menti più brillanti di tutto il mondo. Ora, l'idea di sfruttare persone intelligenti nel senso di intelligenza mentale per lavori manuali sembrava contraddittoria al Cinerentolo, ma ragionandoci sopra capiva che non era poi tanto sbagliata: il paese si mostrava ostico ma era propenso a premiare il carattere, la determinazione e l'ostinazione in futuro a medio termine e in più avere una mente brillante facilitava la pulizia di superfici opache e oltretutto permetteva di sopravvivere al dolore fantasticando storie come la loro. Cinerentolo che prima era stato scelto come cuoco, ma solo dopo un ripescaggio, aveva poi dovuto fare i conti con l'infingardia di quelli del suo stesso paese e, per una nuova legge creata ad hoc, il suo ripescaggio era stato annullato. Cinerentolo però era ostinato e umile e poteva farsi ancora più umile e ostinato e allora partecipò alla competizione per lavapiatti. Due volte. La prima volta non comprese bene le regole e venne eliminato, la seconda volta capì quasi tutto, quasi perchè i suoi studi anglofoni non avevano mai previsto i termini tecnici della cucina e così imparò a chiamare tagliere board o cut board, che box vale un po' per tutte le scatole e bag sono le buste che vi sono dentro, sink è il lavandino e prawn sono i gamberi mentre i calamari si chiamano calamari nei ristoranti anglofoni e squid in quelli italiani e questa cosa proprio non la capiva.
Per sopravvivere, inoltre, dava valore alle piccole cose come quando, dopo aver tagliato tonnellate di teste di calamari, dovette, per la prima volta, sezionare anche le gambette e tra centinaia di queste divise a due a due, trovò una piccolissima stella marina originaria di qualche mare asiatico e imbustata tra i molluschi commestibili e allora lui mostrò la stella a tutti e tutti si stupirono e lui si chiese com'era possibile che non fosse mai successo a nessun altro ma solo a lui e per giunta la prima volta che si cimentava nella gambizzazione. Delle due l'una: o gli altri non sapevano accorgersi delle piccole cose, oppure era un segno. Lui pensava fossero entrambe le cose, anche se non sapeva quale significato attribuire al segno.
Cinerentolo, che avrebbe preferito un nome romantico tipo Sentimento Primo, era perso in movimenti veloci come veloci dovevano essere le sue azioni per finire il prima possibile e stupire le manager impazienti, simpatiche fino alle 2330h e poi improvvisamente acide, e tuffarsi nel letto nell'abbraccio caldo di Cinerentola che nel frattempo era sprofondata in un meritato riposo con i vestiti del lavoro ancora indosso.
I vestiti erano neri. Nera era lei, nero anche lui, entrambi in lutto per il senso del piacere sacrificato per dovere. La maglia di lei era fornita dai padroni, la maglia di lui no. Succedeva così che la sua unica maglia completamente nera non era sufficiente perchè ogni sera a fine lavoro era completamente zuppa dell'acqua calda che puliva i piatti e era anche sporca perchè in fondo gli piaceva sporcarsi. Sporcarsi per poi pulirsi, più era sporco, più avrebbe tratto soddisfazione nel pulirsi. Così alternava la maglia nera – in un ciclo continuo di lavatrici, lavaggi e controlavaggi e centrifughe e centripete – con una maglia vecchissima che era premio e ricordo di una vacanza giovanile e la città era magnifica e la maglia te la regalavano se in una stessa sera consumavi cinque drink in cinque locali diversi. Lui in una sera ne aveva vinte due, una per lui e una per un'amica a cui non piaceva l'alcol ma voleva la maglia, poi del resto di quella sera non ricordava molto di più. Poi aveva anche un'altra maglia nera, questa non aveva un disegno stilizzato di una città ritratta in modo barocco, ma aveva stampate sù le facce dei Ramones ed era particolarmente pacchiana e lui (che aveva un'estetica italica nel vestire che fungeva da sostrato del suo vestirsi a caso che lui amava definire “casual”) l'aveva accettata in quanto regalo, sapendo che difficilmente l'avrebbe indossata fuori dalla camera da letto dove tutto era concesso. Non che considerasse i Ramones pacchiani, anzi li considerava come tappa ineludibile di una formazione musicale occidentale adolescenziale che poi prenderà pieghe più o meno rock ma da lì dovrebbe passare e tra l'altro in tempi recenti aveva anche sentito il concerto dell'unico superstite in una malinconica e allegramente triste rivisitazione dei tempi che furono. Così vestito di nero dalla maglia alla punta dei piedi – nel senso dell'unghia nera dell'alluce causata dalle prime scarpe nere troppo piccole per una cattiva interpretazione delle taglie – pensava alle relazioni di interdipendenza: dallo chef capo ai due sottochef, tutti questi gli avevano fatto la confidenza di avere un passato come lavapiatti. A lui tornava alla mente quando ebbe una discussione con una professoressa ottusa che sosteneva che tutti coloro che si fanno una canna poi finiscono dritti all'uso di eroina e lo sosteneva perchè un'indagine condotta sugli eroinomani dimostrava che tutti avevano iniziato facendosi una canna, lui poteva accettare questa semplicistica relazione a ritroso ma negava l'obbligato e inevitabile passaggio dell'una all'altra. Allo stesso modo si chiedeva se, dato che tutti gli chef avevano iniziato come lavapiatti, allora tutti i lavapiatti, secondo la professoressa, sarebbero diventati chef e allora sapeva già come sarebbe stato il suo futuro. Ma poi rigirava la domanda chiedendosi se tutti i lavapiatti poi diventano chef. Questa era la giusta domanda e la risposta era inevitabilmente NO. Al termine del ragionamento tornava alla realtà al lavandino che gocciava sulle scarpe di plastica con sulla parte superiore buchi traspiranti aria o inspiranti acqua a seconda della situazione, allo schizzo di maionese che gli si era stampata sulla maglia nera in una striscia orizzontale che terminava sulla sua barba incolta e chi passava lo trovava goffamente appetitoso. I piedi bagnati nei calzini inzuppati dai buchi inspiranti reclamavano aria fresca, lui guardava i suoi piedi con uno sguardo che mischiava compassione e senso di colpa e allo stesso tempo comunicava un messaggio: come nella favola si parla di mezzanotte e scarpette perdute, sapete bene che intorno alla mezzanotte, prima ancora di entrare in casa vi sfilo questa gabbia fatta di plastica scadente per farvi assaporare la freschezza della terra notturna e della brezza marina, toccare e respirare assieme, poi a letto vi metto all'altezza del resto del corpo e potrete fluire via la stanchezza che per gravità è scesa verso il basso.
Poi un giorno – mentre ragionava, di un ragionamento più complesso del solito di quelli che vengono una volta ogni tanto e necessitano di una montagna di piatti da lavare e una retro cucina deserta eccezion fatta per lui, ragionava sull'importanza, purtroppo, di trovare gente che parlasse la sua stessa lingua, purtroppo perchè così facendo interrompeva il flusso di apprendimento di vocaboli stranieri lento ma costante, che nel suo diagramma di apprendimento in cui comparivano “inglese” sull'asse delle ordinate e “tempo” sull'asse delle ascisse, formava una linea apparentemente orizzontale e apparentemente parallela all'asse temporale, ma che, in realtà, osservandola meglio tendeva gradualmente verso l'alto, non risultando pertanto propriamente parallela, per quanto riguardava Cinerentola invece la linea retta partiva da un livello prossimo allo zero per assumere una direzione obliqua tendente verso l'alto che denotava enormi progressi in un ristretto arco di tempo; c'è da ammettere inoltre che la forma retta della linea sia possibile tracciarla soltanto in considerazione di un arco di tempo considerevolmente lungo, mentre la linea non è più retta, ma assume un progredire scostante ma comunque sempre tendente verso l'alto, inteso come miglioramento della lingua, se considerata in un arco di tempo più breve che tenga conto del trascorrere dei giorni ed evidenzi meglio i singoli episodi quotidiani (incontrare gente di differenti regioni del mondo, guardare film o televisione, leggere giornali, capire le canzoni)... l'importanza del parlare la sua stessa lingua nasceva dal bisogno di utilizzare un vocabolario più ampio, avere la sicurezza delle parole complesse come sostrato-superficiale-imbarazzo-valori-identità-discriminazione-inettitudine-infinito, tempi verbali complessi e consecutio temporum e trattare temi di comune interesse e scambiarsi esperienze diverse ma accomunate da una simile formazione e tradizioni che ne rende l'ascolto più godibile e allettante. E questo bisogno, purtroppo, è un piacere difficile da soffocare, alimentato anche dalla pochezza culturale del paese ospitante, è per questo che da anni e per anni gli immigrati si cercheranno tra loro e fonderanno club elitari in cui consumare pietanze tipiche e giocare a bocce, biliardo e carte – e poi un giorno, mentre il pensiero sugli scambi linguistici cercava di lenire il dolore alla schiena, come nelle favole si presentò al suo cospetto l'aiutante magico, quell'elemento del racconto che aiuta il protagonista ad uscire da una situazione particolarmente complicata. L'aiutante magico era un ragazzino con grandi occhiali squadrati resi più grandi dagli occhi a mandorla, una folta chioma nera alla base e marrone nella parte esposta al sole imbiondente, un grande entusiasmo e un amore forse eccessivo per la patria natale del protagonista. Il protagonista, che era meno innocente e puro di cuore, ancora non lo aveva accolto come futuro amico e lo vedeva piuttosto con lo spirito cinico tipico degli occidentali (che non riusciva a ritrovare in nessun orientale) come un valido aiuto, di più, come risorsa da sfruttare, sempre ovviamente con massimo rispetto. Una volta accortosi dell'innocenza, della forza di volontà e di come l'aiutante fosse indifeso al mondo, Cinerentolo offrì alloggio nell'umile dimore al nuovo amico che ormai aveva capito essere un essere magico. Da parte sua l'aiutante prese a chiamare Cinerentolo “fratellone” (Cinerentolo era già fratellone di due sbarbini che comunque non avrebbe scambiato con altri, ma niente vietava di aggiungerne un altro, considerato che gli altri erano così lontani) o addirittura gli confidò che qui lui era in sostanza il suo “migliore amico”. Cinerentolo l'avrebbe abbracciato per questo, ma la sua permanenza in quel luogo stava per terminare, sentiva il richiamo del viaggio della natura e della strada e di aria nuova, e abbracciarlo significava stabilire un nuovo forte legame e, in previsione del momento in cui, anziché abbracciare qualcuno in partenza, Cinerentolo sarebbe stato quello abbracciato, sentiva che forse era meglio tenere mezzo braccio di distanza. Che poi sono quelle decisioni di cui ti penti a posteriori, in realtà i sentimenti andrebbero, anzi vanno esternati per bene, senza eccessi, ma esternati.
Poi l'aiutante prese ad avere sempre più ore di lavoro e il protagonista sempre più tempo libero, cosa che all'inizio venne accolta come una mano santa, ma che con l'aumentare del tempo libero venne vista negativamente da Cinerentolo per l'eccessivo tempo libero; e avrebbe anche dichiarato guerra alla voce del padrone se nel frattempo, nel tempo libero in eccesso non avesse pianificato una via di fuga comprando un mezzo e una mappa e ora aspettava alla finestra la fine delle piogge per prendere per mano Cinerentola per trascinarla in una nuova mirabolante avventura.
Cinerentola intanto....


giovedì 7 marzo 2013

Spiagge. 2 – l’isola dei pinguini





Sarà che se vivi al centro dell’Italia per andare al mare pensi prevalentemente al sud, sarà che Fremantle è a sud di Perth e non ti va di attraversare la grande affollata città per andare al mare. Sarà per questi fattori che tendo a dirigere la mia auto verso il sud, quando scelgo di andare a scoprire nuove spiagge.
Penguin Island è mezz’ora di macchina a sud di Fremantle (c’è da aggiungere una ventina di minuti da Perth). Si tratta di guidare sino a Safety Bay, dirigersi alla spiaggi di Arcadia Drive, scendere dall’auto e camminare sull’acqua per un chilometro dalla spiaggia sino all’isola di fronte. A dirlo sembra qualcosa di miracoloso, qualcosa che soltanto uno pare sia riuscito a fare intorno a 2000 anni fa. A farlo non c’è niente di strano e possono farlo anche i peccatori (altrimenti sarei affogato). Effettivamente non si cammina sull’acqua ma nell’acqua, effettivamente non è che si può scegliere qualsiasi punto per farlo, ma è caldamente consigliato individuare la striscia di mare più chiara e seguirla. Procedendo, l’acqua inizierà a salire fino alla vita e qualcosa di più (ovviamente il tutto dipende dall’altezza delle persone e dalle correnti marine, e in caso di acqua alta c’è sempre un traghettino), per poi tornare a scendere sino a ritrovarsi sulla sabbia asciutta della spiaggia della costa interna di Penguin Island circondati da uccelli simili a gabbiani con la cresta. L’isola non è soltanto un ritrovo di pinguini, come suggerito dal nome, ma è anche riserva protetta per gli uccelli tra questi un’enorme colonia di pellicani, e saltuariamente, meta turistica dei leoni marini che vivono nell’isola vicina, avvicinabile, questa, solo con le barchette che partono dal porto di penguin island.
Le spiagge dell’isola, quelle rivolte verso l’interno rispetto a quelle rivolte verso l’esterno, offrono panorami totalmente differenti, quelle interne, con spiagge di sabbia e riparate dalle correnti, risultano invitanti per bambini, paurosi e turisti della democrazia (cit.) in generale, le altre, rivolte verso l’oceano con fondale roccioso, sono più colpite dalle onde, queste risultano migliori per lo snorkeling e meno attraenti per i gruppetti di turisti. Entrambe valgono la pena, a piedi senza soste l’isola si gira in un paio d’ore, quindi conviene fare un giro per poi scegliere quelle più adatte alle proprie esigenze.
Poi ci sono i pinguini con quelle facce stupite e i piedi enormi che spuntano dal basso ventre. I pinguini sono uccelli senza le gambe, i piedoni posti in fondo alla pancia gli danno quella postura necessariamente eretta e impettita. I pinguini sono uccelli che non volano, semplicemente sono buffi e questa loro goffaggine (fuori dall’acqua) li rende attraenti e popolari. Nella mia testa e in quella di molti sono gli uccelli del ghiaccio dell’antartide ma, a quanto pare, come per alcune tipologie di uomini, alcuni di essi amano spalmarsi al sole delle tranquille spiagge australiche. C’è un periodo in cui sono particolarmente sensibili al contatto e sono particolarmente protetti, il periodo è quando cambiano le piume e non vanno disturbati. Io ho camminato nell’oceano per vederli proprio in quel periodo e alcuni di loro con le nuove candide piccole piume che spuntavano dal vecchio piumaggio erano al sicuro in una recinzione tirata su in maniera approssimativa, che impediva il passaggio dell’uomo per il rispetto per la natura che questo dimostra in questa nazione e che impediva la fuoriuscita dei pinguini per la paura che dovrebbero nutrire nei confronti di questi esseri mastodontici che li puntano con i mirini delle loro nere armi da condivisione di massa che nella maggior parte dei casi si chiamano canon o nikon. Il fatto che l’uomo rispetti le distanze imposte rende i pinguini meno diffidenti e, oltre al gruppetto ammassato tra le rocce e la recinzione, è facile trovare  i più spavaldi aggirarsi solitari per l’isola in attesa di fermarsi alla vista delle macchine fotografiche, evitando che con le funzioni video vengano ripresi nel loro ondeggiare ubriaco, ma immobilizzandosi ed eretti regalarti il loro profilo migliore.



mercoledì 27 febbraio 2013

Piani



Tra i primi viaggiatori che ho incontrato, tra quelli momentaneamente piazzati in questa casa che è un grande fratello multietnico, c’era lo chef tedesco. Il tedesco aveva un ritornello composto da tre frasi: “ciao sono uno chef” “quali sono i tuoi piani” “non ci sono abbastanza feste qui, mi mancano i rave”. L’ultima delle tre frasi probabilmente spiega come mai le sue interconnessioni non gli permettessero di formulare diverse o più complesse frasi. La prima costituisce una sorta di colloquio di lavoro non richiesto da fare con ogni persona che incontri, nella speranza di nuove offerte. La seconda, è importante, è quella su cui rifletto dal mio arrivo “what’s your plan?”.
Avere un piano ha due aspetti: da una parte ti fa sentire maturo, concreto, deciso, consapevole del tuo futuro e della strada da percorrere, dall’altra ti rende più sottoposto a stress per ogni decisione presa con la consapevolezza che dev’essere quella esatta per te, ti fa tormentare in una nazione come l’australia dove tutto appare facile, ma poi scopri tempi di attesa infiniti per formalizzare situazioni per te vitali e ti trovi in un limbo fatto di angosce. Fare piani a lungo termine è una cosa che mi piacerebbe, ma purtroppo o per fortuna, non mi trovo nella situazione di poterne fare. Mi stupisco invece di ciò che accade intorno, della diversità. C’è grande ricircolo di coinquilini, alcuni fanno una fermata, altri una sosta. Con molti di essi si instaurano rapporti che sfiorano - e a volte raggiungono - la vera amicizia. Ci si apre e si condividono gioie con quella che diventa la momentanea famiglia, delusioni e dolori si cercano di nascondere dentro, ma quando ci si conosce un po’ appaiono anche se accade involontariamente. Ci si scambiano storie, ricordi, esperienze. Si è sempre un po’ distanti, si stenta diversi giorni, ci si avvicina piano, prima che si arrivi al contatto fisico, quello sincero caloroso di un abbraccio, una pacca data con affetto. Il solo pensare a Chris mi commuove. Pensare questo ragazzo taiwanese che lavora dodici ore al giorno a spaccare e spostare pietre, che non vuole lasciare il lavoro per non gettare un’onta di fancazzismo sui suoi connazionali, che vedevo distrutto dalla fatica e che ha ritrovato il sorriso quando noi abbiamo trovato lavoro perché “sono felice che voi siete felici”. Ogni volta che qualcuno parte pensi a quanto sia assurdo aprirsi così nonostante sai che si tratti di amicizie temporanee. Eppure è così, sei fuori dai tuoi confini, sei più scoperto alle emozioni, meno riparato, più vulnerabile, più aperto all’esperienza. E poi chi sono gli altri in fondo? Gente che sa che condividerà solo poco tempo con te perché dovrebbe essere sincera in tutto, aprirsi e perché non potrebbe invece inventare una serie di balle, a partire dal nome, il suo passato, modificare il suo carattere? Ma non è così, o non sembra, tutto diventa presto chiaro, la natura umana non si snatura, il carattere non cambia, ma si modifica, si smussa o diventa più spigoloso, ma ha già una sua forma una volta che si arriva qui e i caratteri più simili stringono rapporti.
In comune abbiamo tutti un viaggio, una lontananza, un’esperienza eccezionale; di diverso il passato, l’esperienza, le culture e, quasi sempre, il piano.
C’è chi arriva con l’obiettivo di un lavoro stabile, di trovare qualcosa di inerente a ciò in cui è specializzato, che non viaggerà molto, che ha scelto una città come Perth per la ricchezza garantita dalle miniere del western australia, che cercherà di stabilirsi, mettere radici anche se non troppo profonde. C’è chi si trova qui per viaggiare, che lavora per viaggiare e arrivare alla prossima fermata dopo aver consumato buona parte del capitale e trovare un altro lavoro e ripartire. C’è chi ha un piano lungo anni, che magari è arrivato qua con la moto dall’inghilterra, ma come lui ce ne sono pochi, purtroppo. C’è chi arriva con un aggancio – in maggior parte si tratta di italiani – lavora, guadagna un po’ non si gode molto l’ambiente, sente la mancanza, non aspetta la scadenza del visto, torna. C’è chi lo chiama anno sabbatico, che è una definizione che mi piace, che racchiude tutto e niente, piani di massima, ma soggetti a mutamenti, variabili come dice sia il tempo a melbourne, forse non è l’idea generale che si ha di anni sabbatico, forse il luogo comune lo considera come un anno di ritiro fisico spirituale tipo eremita che alterna meditazione e riposo, ma anno sabbatico può anche essere staccarsi dalla precedente vita, fare lavori fisici e chiedersi se sia stato giusto studiare, tutto quel tempo sui libri per fare questi lavori, ma tutto serve, serve scoprire le proprie possibilità, acquisire consapevolezza del corpo, soffrire, e poi ancora viaggiare e chiedersi perché non si sia fatto prima, working holiday, lavoro e vacanza, fare piani di massima molto generali, aspettando tempi più stabili, pensando con il pensiero periferico a un piano più grande ma concentrandosi su oggi e domani e, a volte, tra una settimana.

giovedì 21 febbraio 2013

Spiagge-1






L’Australia, che è grande più o meno come l’Europa, conta più o meno 23 milioni di abitanti, più o meno un terzo dell’Italia. In Australia l’85% della popolazione vive a meno di 50 km dalla spiaggia (fonte cartine tally-ho). 
Meno di 50 km dalla spiaggia!
Nonostante la vicinanza alle spiagge, la scarsa densità di popolazione, rende le coste semideserte, specie se rapportate ai tristi standard italiani. Il cielo è infinito, la spiaggia sconfinata. Mancano le strutture, se per strutture si intendono le privatizzazioni di terra pubblica che coprono gran parte del perimetro dei litorali nostrani con ombrelloni, lettini, sedie e persone su persone. Qui ognuno è libero di attrezzarsi come meglio crede: vuoi l’ombra? Ti porti l’ombrellone o una tenda da mare. Vuoi stare seduto? Ti porti la sedia. Vuoi birra fresca? Ti porti un frigo portatile su cui ti puoi anche sedere. Vuoi semplicemente fare il bagno dove ti pare? Ti porti il costume e scegli il posto.
Nella zona di Perth ci sono posti più o meno frequentati da persone e, all’occasione, anche da squali. Scarborough e Cottesloe vanno sicuramente visitate, specie se ci si vuol cimentare con un po’ di surf e magari prendere qualche lezione (più facile la seconda spiaggia, più competitiva la prima). Fare surf sembra essere un buon modo per stuzzicare l’appetito dei pescecani, ma i surfisti sono di natura impavida e gli squali si spostano molto, non è detto dunque che, se avvistati un giorno, il giorno seguente ce ne siano ancora.
A spostarsi un po’ da Perth si scoprono luoghi meno noti, meno frequentati e, in alcuni casi, molto più interessanti. Del mio amore per Jhon Graham Recreation Reserve (o Woodman park) con i suoi delfini-pellicani-stellemarine-squali-pescatori ne ho già parlato a sufficienza.
Senza spostarsi troppo, tra Fremantle e il suddetto parco si trovano altri cartelli che indicano spiagge. C.Y. O’Connor si trova appena fuori la città, è una spiaggia sicuramente meno suggestiva rispetto al Woodman Park, ma ha comunque una sua ragion d’essere. Oltre al gran numero di cani, tutti perfettamente educati, che i padroni portano liberamente a fare una passeggiata e un bagno su questo tratto di oceano, la spiaggia è divisa in due dal relitto di un’antica nave affossato sotto il bagnasciuga. La poppa emerge dalla sabbia, parti del corpo dell’imbarcazione affiorano appena e la prua fuoriesce dall’acqua. Più in là nel mare affiora la statua di una testa umana su un cavallo di quella che avrebbe potuto essere la polena della nave. La sabbiosità delle varie spiagge, unita alla minaccia squali più a largo, frena il desiderio di fare snorkeling in mare aperto, ma il relitto di un’imbarcazione, con le alghe e tutto ciò che vi si attacca, è di grande attrattiva per un gran numero di pesci che si spingono a un passo dalla costa per escursioni guidate di gruppo o in solitaria, per aragoste che si incuneano tra le assi, sporadicamente per meduse che osservano il relitto dal pelo dell’acqua


mercoledì 13 febbraio 2013

You’ll never walk alone



You’ll never walk alone non è solo la frase, la canzone, che accompagna il Liverpool e i suoi tifosi. Non se la leggi fermo a un semaforo sul retro di un camioncino che fa un servizio mai visto prima, che fa porte per animali domestici. Non se sul camioncino c’è la foto di un cane di quelli che sembrano sorridere così come faceva Ringhio. Non se hai saputo due ore prima che Ringhio è stato soppresso. E allora la scritta dog doors riporta alla mente il ricordo di quando marcello ha bucato la finestra e ha fatto una dog door semplice e funzionale in legno rivestita con una coperta di lana per tamponare gli spifferi, e ringhio era lì che guardava curioso ma non capiva e allora noi lì a mettere gli ossi oltre la porticina e a infilargli la testa nel buco e lui mangiava l’osso e rimetteva la testa dentro e giù ancora finchè non ha capito. E quella costruzione sarebbe stata una delle ultime cose che avrebbe visto, perché poi la vista avrebbe preso ad oscurarsi, ma, noncurante della cecità data dal diabete, sarebbe andato avanti a testate finchè le gambe non gli hanno definitivamente ceduto, fino a non poterne più, fino a ieri, fino a ieri che è stato soppresso e io non ero con lui e io ero dall’altra parte del mondo e avrei voluto essere lì a fare forza a lucia. A rispiegargli che in fondo si deve sapere che la vita di un cane dura meno di quella di un uomo, che ci si deve preparare per tempo alla dipartita, anche se in verità non sarei stato convinto dell'esattezza quelle parole. E forse sarei stato combattuto se manifestare la tristezza con un funerale di quartiere – perché lui era il cane di tutto il quartiere – una cosa malinconicamente allegra con tutta la gente a ricordare gli episodi più strani, con un manifesto appeso al campetto che era il suo regno di conquista, o se tenerla per me per non far apparire eccessivo il dolore provato agli occhi di chi non sa e non può sapere. E invece sono qui, dall’altra parte del mondo fermo ad un semaforo a riflettere sull’incontro impossibile con quel camioncino, a ricordare.
Quando scatta il verde sono tutto bagnato di lacrime e muccolo.
L’idea del funerale mi sarebbe piaciuta, per ricordarlo attraverso le storie, attraverso tutte le avventure che viveva quotidianamente e che non mi ha mai raccontato a voce, ma la sua faccia esausta e contenta al ritorno mi faceva immaginare molto. Quelle storie conosciute attraverso le parole della gente.
Come la coppia di vecchietti che gli tirava da mangiare in strada e lui ogni giorno andava alla solita ora sotto il davanzale ad aspettare cibo che mangiava per sfizio non per fame. Andava sempre là sotto e loro erano sempre lassù. Fino a quando è morto il marito e loro quel giorno non c'erano più. E Ringhio senza chiedere il permesso a nessuno è entrato in casa e si è messo a sedere ai piedi del letto dov’era la salma, come a salutarlo. E lì è rimasto finchè la salma è stata là. Questa storia me la raccontò la moglie tempo dopo.
Come la vecchietta che mi raccontò che semplicemente l’aveva aiutata ad attraversare la strada
Come di quando è scappato di casa per qualche giorno e poi è tornato come se nulla fosse. Finchè non abbiamo incontrato una ragazza con un cane identico ma più peloso e ci ha raccontato la storia d’amore tra ringhio e la madre. La madre era un husky, abitava a un paio di quartieri di distanza, e doveva essere bellissima. Ma al di là della bellezza, ciò che lo attirava era che era in calore. E quel suo calore era bastata una folata di vento per farlo percepire al suo fiuto da segugio che era una delle razze che si erano mischiate nell’incontro generazionale di diverse specie bastarde fino a partorire questo formidabile bastardo di cane. Insomma il bastardo aveva fiutato l’aria e l’aria era densa di desiderio e lui era un bellissimo bastardo, forte, coraggioso, tenebroso, insaziabile e immagino anche romantico. E la sua voglia era incontenibile e non bastava una recinzione per trattenerlo. È così che fuori dal cancello della cagna in calore stava piazzato da due giorni questo latin lover, tanto che il padrone dell’husky chiese ad un suo dipendente di prendere questo cane abbandonato. Il dipendente viveva a 5 chilometri di distanza. Quel pomeriggio i suoi figli furono felicissimi di giocare con il nuovo cane, la mattina dopo furono abbattuti per non avere più quel cane con loro. La mattina dopo il bastard lover ancora non era da noi, ma era di nuovo là, di fronte al cancello dell’amata. Poi un giorno è tornato a casa come nulla fosse. E, sebbene nessuno in quella casa abbia mai visto ringhio entrare, qualche mese dopo c’erano otto ringhi in miniatura incrociati con un husky.
Come tutte le storie che si porta dietro con lui e che non conoscerò mai. Come tutte quelle che abbiamo vissuto insieme, come era facile capirsi.
Come quando era libero, anarchico, indipendente. Era mio amico e mio fratello.
I'll never walk alone
Come era Ringhio

sabato 9 febbraio 2013

i wish you could swim






Generalizzando - ragionando sulla teoria dei vasi comunicanti, sul fatto che tutto il mondo emerso, in fondo, è un’isola (o meglio un insieme di isole) circondata da una distesa d’acqua salata che per comodità è stata divisa secondo zone – generalizzando si potrebbe anche pensare che ogni qual volta ci si tuffa in mare si sta facendo il bagno con ogni animale che vive nell'acqua, si fa il bagno insieme agli squali, ai delfini, alle meduse, a milioni di sardine, le balene, i cavallucci marini, tutti.
Generalizzando.
In realtà, quando ci si tuffa, ci si sente in relazione soltanto con ciò che si percepisce, solo con ciò che si vede. Senza una maschera che chiarisca e ingrandisca i contorni sfocati del mare più cristallino si è soli, contornati da animali che ti osservano indifferenti, spaventati, o curiosi a seconda dell’irruenza del tuo stare sommerso.
Succede a volte che non sia necessaria una maschera per vedere l’animale con cui stai facendo il bagno, né la luce del sole, per quanto è grande.
Succede nel solito posto, nel posto che incomincio a pensare abbia qualcosa di magico, nel posto che incomincio ad odiare perché so che a breve dovrò abbandonare e che, se continua a darmi così tanto, non sarà per nulla facile. Succede al Jhon Graham Reserve, che poi ho scoperto chiamarsi anche Woodman Park sette km al sud di Freo.
Succede che quel venerdì pomeriggio non lavoravo, avevo staccato alle una e avevo voglia di birra e/o sidro e allora me ne andavo con la macchina al bottleshop vicino casa in cerca di refrigerio alcolico. Succede che lì incontro Morgan il nuovo coinquilino belga, che pur di prendere una cassa di birra si sarebbe fatto la strada a piedi, con il pesante bottino, gli offro un passaggio e ci sediamo in veranda a raccontarci le nostre storie, mentre lui per sdebitarsi del passaggio continua ad aprire birre. Succede che, parlando, viene fuori il discorso della pesca e io dico che ho due canne e che si può andare in serata. Alle quattro è ancora troppo caldo. Alle quattro sono sbronzo. Alle quattro torna Flò. Alle quattro devo dormire un po’. Alle sei si andrà. E si va, lasciando detto ad altri coinquilini di raggiungerci appena possono.
Io, Flò e Morgan, due canne già pronte, che avevo preparato osservando i pescatori intorno tempo indietro, una scatola di mangime per gatti, il mio scetticismo visti i risultati passati, l’ottimismo di Morgan che in passato aveva già pescato (facendo sempre somaro).
Il porticciolo è pieno. Ci facciamo spazio vicino a una famiglia di orientali che pescano con il nostro stesso metodo, cioè siamo noi che imitiamo loro, ovvero con una serie di piccoli ami colorati senza niente attaccato. Le mie canne sarebbero pronte ma Morgan decide di smontare il mio lavoro su una delle due e attaccare un solo amo grosso per metterci il mangime del  gatto. Nel vedere l’operazione, nel veder vanificare tutto quel lavoro, quell’osservare gli altri, quel preparare la canna con i giusti ami, mi sento mancare. Eppure sembra sapere quello che fa. Gli orientali pescano a ritmi forsennati, Morgan continua a perdere l’esca decisamente poco propensa a restare attaccata all’amo, Flò ci prova, ma sembra esserci qualcosa di sbagliato e continuiamo a restare a secco. Propongo a Morgan di tornare alla montatura originale, svuoto il mangime del gatto in acqua e i pesci arrivano anche da noi. Si tratta di sardine, una marea di sardine, o qualcosa del genere. Mentre la luce del sole si affievolisce, cambia qualcosa e iniziamo a pescare con una frequenza incredibile. Morgan è quello che ha meglio capito il metodo e tira su sardine per la bocca, ma anche per gli occhi, la pancia la coda. Sono così tante che basta dare un colpo secco. Quando intorno si fa buio, quando si accendono i due lampioni ad illuminare i pescatori troppo presi a cacciare pesci o granchi da non accorgersi del tramonto alle spalle, quando arriva il buio arrivano tre degli altri coinquilini. Si accorgono subito che qualcosa stia andando per il verso giusto dal sorriso ebete stampato sui nostri volti increduli. Anche loro vogliono provare, ma la magia sta scemando. O sta incominciando.
Mentre pescano, di fronte alla punta delle canne si materializza un delfino. Intorno c’è l’indifferenza di chi è abituato alla visione. Lui intanto nuota, spruzza, saluta, si immerge e riemerge, saluta tutti fa avanti e indietro di fronte ai pescatori, lo fa una volta, la seconda passa e mangia una sardina morta che galleggia tra le canne, inizio a fremere, penso di tuffarmi nel nero dell’acqua, tra enormi granchi che nuotano in superficie. La terza volta lo dico e Morgan e Chris approvano. Gli tiro una sarda, si avvicina per mangiarla e nel frattempo noi ci siamo svestiti, siamo sulla scaletta che porta diretti in acqua, siamo dentro, siamo a un metro dal delfino siamo quattro enormi creature sulla superficie dell’oceano a una distanza così prossima che commuove. Lui sta lì, mantiene un metro di distanza, per qualche secondo, di quei secondi che nel ricordo durano una vita.
I wish you could swim, like dolphins can swim. We can be heroes just for one day
A casa, negli occhi ancora sognanti, ci sono una cinquantina di sarde da spellare, squartare, sbudellare, decapitare. A casa la magia è finita, per ora, ma è impressa nel ricordo.



Licenza Creative Commons
IL SALTO DEL KOALA by FABIO MUZZI is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.